"Sei stato condannato a vivere. La domanda di grazia, respinta" (E. Flaiano [1910-1972])
Il dibattito sul testamento biologico che in questi giorni è ripreso in seguito al voto del senato, mi ha fatto riflettere. Molti commentatori contrari all'eutanasia rimangono inorriditi di fronte alla pretesa di un cosiddetto "diritto a morire". Capisco il loro punto di vista: dopo secoli di battaglie e lotte per garantire il "diritto a vivere", ora qualcuno chiede il contrario? Sembra fuori di logica. Se poi pensiamo alla massima cristiana (e, a mio parere, universale) di "amare gli altri come amate voi stessi", allora vien da sospettare che dietro ad ogni potenziale suicida ci sia un potenziale nemico dell'umanità, una specie di terrorista.
Verrebbe da dire che, quegli stessi che si scatenano oggigiorno contro l'eutanasia, non sembrano altrettanto attivi per difendere la vita dei condannati a morte o dei combattenti in guerra. A me non sembra un'obiezione convincente, anche perchè -ribattono giustamente i "pro-life"- se talvolta non sono così accaniti contro la guerra, ciò non vuol dire che automaticamente siano favorevoli. Anche l'andar dei papi a braccetto con noti dittatori e guerrafondai non è di per sè molto significativo: si può sempre pensare che lo facciano per redimerli.
Invece per me, il punto è che, se io chiedo il diritto a morire (o più precisamente, il diritto a morire quando decido io, visto che prima o poi, si muore comunque) non vuol dire che automaticamente mi voglio suicidare e lo farò domani. Anzi...
Però, se c'è gente che si chiede il perchè desiderare la morte, io mi chiedo: perchè viviamo? E' la domanda delle domande, da sempre. I credenti delle varie religioni vivono per realizzare l'imperscrutabile (e poco chiara) volontà divina. Gli etologi dicono che lo scopo della vita e la prosecuzione della specie.
Io, che non sono ne' etologo e mi sento più che altro agnostico, fondo la mia vita sull'amore che dò e ricevo dai miei affetti (genitori, compagna, eventuali futuri figli, amicizie particolarmente intense). Ma se un giorno queste, per qualche disgrazia li perdessi tutti, perchè dovrei continuare a desiderare di vivere? Sia chiaro, non credo all'amore come ad un capitale che pian piano si erode nel tempo e automaticamente finisce (muoiono i genitori, ti separi dalla moglie, litighi coi figli e amen, tutto finito), ma a qualcosa che di volta in volta ha la capacità di rinnovarsi o rigenerarsi con altri legami. Ma non sempre, in qualche (raro?) caso si finisce circondati da un gelo senza speranza.
Allora, ecco, io vedo la morte come una possibilità: se tutto, ma tutto dovesse andar male, "mal che vada", c'è la morte. Il sonno eterno. Una fuga? Codardia? Può darsi, ma è pur sempre un' opportunità.
Io vado al cinema sapendo che se il film proprio non mi piace, posso sempre uscire prima della fine. Io compro una macchina sapendo che, se proprio non mi piace, posso rivenderla e comprarne un'altra. Che triste sarebbe se fossi fantozzianamente obbligato a guardare fino in fondo film che non mi piacciono o se l'unica automobile assegnatami fosse una Trabant!
Ancor di più, se la vita (che tra l'altro, non ho scelto) non mi desse più alcuna speranza o addirittura diventasse un peso per chi mi sta vicino, perchè non abbandonarla? Altrimenti, come dice la massima di Flaiano, la vita sarebbe vissuta come una condanna, la mia anima rapita in un corpo diventato carcere.
Come l'estintore appeso al muro mi tranquillizza in caso di incendio, la morte come estrema ratio mi dà la forza per affrontare le difficoltà della vita.





